Contrada rivuole l’onore…

io vorrei molto più semplicemente che ci dicesse la verità… si potrebbe fare un patto… lui ci dice come mai, dopo un minuto dall’esplosione in via D’Amelio, riceve una telefonata dalla quale apprende notizie che neanche la polizia aveva, e noi gli restituiamo l’onore… quel tipo di onore particolare che noi conosciamo bene… quell’onore del quale si fregiano certi uomini, quegli uomini di m…a che pensano di potersi sostituire allo Stato, quegli uomini che ammazzano, ricattano, taglieggiano… quelli che si fanno chiamare “uomini d’onore”… è forse questo l’onore che Contrada rivuole indietro? si sarebbe potuto accontentare di rimanere nell’ombra, essere dimenticato nel giro di pochi anni per poi farsi liberare dagli stessi uomini che gli hanno dato ordini lungo la sua “onorata carriera”… e invece lui l’onore lo rivuole subito… e non si accontenta mica di stare a Napoli, lui vuole tornare nella sua amata Palermo… devo confessare di non essere obbiettivo mentre scrivo di quest’uomo… devo confessare una certa rabbia, viscerale, ancestrale, verso quest’uomo che ha usato la divisa ed il nome dello Stato per servire “un’altro Stato”… devo essere sincero… i 10 anni che gli sono stati comminati mi sembrano veramente pochi per uno che ha venduto se stesso ed i suoi colleghi agli aguzzini che li hanno ammazzati… quando poi ho saputo che ha querelato Salvatore Borsellino devo confessarvi che ho provato veramente disgusto… che piaccia o no Contrada è stato ritenuto colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa (un uomo così scaltro difficilmente lascia prove dietro di se), e secondo me non è stato tenuto abbastanza in considerazione l’aggravante della sua posizione di servitore dello Stato. PUNTO. Il resto sono chiacchiere. Se le sue condizioni di salute sono e saranno monitorate dalle persone competenti, ma non bisogna cancellare quello che 16 anni di processi hanno stabilito.

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Operazione antimafia nel siracusano

(ANSA) – SIRACUSA, 1 LUG – Una vasta operazione antimafia contro i clan che agiscono nelle zone di Avola, Noto e Pachino e’ in corso dalla notte scorsa. Agenti di polizia stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per 61 persone, comprese personalita’ di spicco delle cosche locali. Un centinaio gli indagati. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione mafiosa, estorsione e traffico di droga. Indagini coordinate dal procuratore aggiunto Ugo Rossi, della Dda di Catania.    Fonte ANSA

REPUBBLICA- Sessantuno ordini di custodia sono stati emessi dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania nei confronti di altrettanti capi e affiliati del clan Trigila di Siracusa. La polizia ha eseguito la notte scorsa 55 dei provvedimenti giudiziari, in cui si contestano reati che vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione, dal traffico di droga al tentato omicidio e al possesso di armi. Le indagini erano state avviate nel 2004.   Fonte Repubblica

Ciao Mauro

Non so quanti di voi conoscessero quest’ uomo. Sono ormai passati vent’ anni da questo omicidio, io stavo facendo i primi timidi passi nel fantastico mondo dell’ adolescenza… ma negli anni, leggendo i libri più disparati mi è capitato spesso di imbattermi nel suo nome… e quando ho compreso un po’ meglio il suo percorso di vita, la solita domanda ha cominciato a ronzare per la testa…
Perché?
ma per una volta, il perché non era rivolto ai motivi del suo omicidio (senza l’assenso della mafia non si muove una foglia, a Trapani), ma ai motivi che lo spingevano a fare certe cose, a lottare con la sola arma del giornalismo contro la mafia, in una terra che non era la sua… ma chi glielo faceva fare? non era certo uno sprovveduto, sono convinto che lui fosse estremamente consapevole dei rischi che correva… eppure… eppure stava lì, circondato solo dai suoi ragazzi, quelli che strappava alla droga… Perché?
Alla fine del video c’è una sua frase, che credo possa spiegare in parte…
” Voi a Trapani ci siete nati, io l’ho scelta per viverci e mi sento più trapanese di voi “.
In questi giorni, a qualche mese dal ventennale, siamo riusciti a sapere che il gruppo di fuoco che lo ha ucciso, era quello di Vincenzo Virga, noto boss mafioso (fonte: Articolo21). Ovviamente non sappiamo (né riusciremo mai a sapere) quali erano i mandanti ed i motivi veri di questo omicidio. Rostagno dava fastidio ai politici locali, a quelli nazionali, a Gladio, alla mafia… non c’è che l’imbarazzo della scelta…
Ma quello che mi ha colpito di più della sua storia, è l’amore incondizionato per questa terra, portatrice di bellezze folgoranti agli occhi di chi sa guardare, questo amore viscerale che lo ha spinto a lottare contro un mostro che sapeva essere quasi invincibile.

Se noi tutti siciliani, insieme, avessimo metà dell’amore che Rostagno, torinese, aveva per questa terra, la mafia non esisterebbe. E probabilmente vivremmo in un “paradiso terrestre”…

Giovanni…

Il vigliacco muore più volte al giorno, l’uomo coraggioso muore una volta sola…
Dedicato ad Antonio, Rocco, Vito, Francesca e Giovanni…

23 Maggio 1997
Sono passati cinque anni, da quel giorno… ho addosso una tuta mimetica, un giubbino antiproiettile, un fucile, un binocolo, una radio… sono da solo, su un ponte pedonale sopra l’autostrada Palermo-Punta Raisi, a poche centinaia di metri dal guardrail insanguinato… da quel luogo dove cinque anni fà, qualcuno mise mezza tonnellata di tritolo, per uccidere lo STATO… devo osservare, scrutare, avvisare se vedo qualcosa di sospetto… un sole implacabile mi tormenta, rivoli di sudore sul viso e sulla schiena… mi guardo intorno… dalla radio ci comunicano che una “personalità” è arrivata all’ aeroporto… arriva la camionetta con il tenente, un giovane calabrese, un anno più piccolo di me… sale sul ponte, e mi dice che la personalità in questione è Andreotti…. e che devo essere molto vigile, mi dice con la faccia più seria che ha… non ce la faccio più… scoppio a ridergli in faccia, mentre le lacrime esplodono, incontenibili, irrefrenabili… gli dico, piangendo, che non deve preoccuparsi, che non c’è nessun pericolo… lui non capisce, mi guarda con degli occhi tenerissimi, che chiedono di capire… ed io non posso evitarlo… lo zio Giulio, qui, non lo tocca nessuno, gli dico sorridendo e continuando a piangere… e se lo toccano, sappi che sarà solo un regolamento di conti interno…
La sua faccia diventa di pietra… non sà cosa dire, sembra scandalizzato… mi chiede se sto bene… si, si tenente, non si preoccupi… sto bene… è questa terra che non sta bene… vada vada, sto bene, non mi servono gallette, né acqua… ritorna sulla jeep, mi guarda negli occhi… forse ha capito…
Torno a guardarmi intorno, a fare quello che mi era stato chiesto di fare… ma non posso smettere di pensare che lo stato, oggi, mi chiede di proteggere i carnefici, nel giorno in cui si celebra il ricordo delle vittime…
(Carmelo Amenta, 24/05/1997)

Scrissi questa cosa, nel buio della mia stanza, in caserma, dopo una giornata passata sul ponte… rileggerla oggi, mi fà ancora più rabbia…

… ma nel cuore
nessuna croce manca
è il mio cuore
il paese più straziato

Carmelo

P.S.: leggete anche l’ articolo di Riccardo Orioles su ‘U CUNTU

Paolo, ci manchi…

Ci mancano le tue lezioni, ci manca il tuo esempio di senso del dovere… e guardando la Sicilia, oggi, nel rispetto del miglior spirito gattopardesco, nulla è cambiato… o quasi… quella generazione di giovani, di cui tu parlavi come della generazione che avrebbe sconfitto la Mafia, è in parte rimasta invischiata nelle reti del clientelismo… dove la mafia non è arrivata a piegare le menti e le volontà delle persone oneste, il clientelismo e la “raccomandazione” hanno invischiato tante di quelle forze sane che questa terra ha generato. L’atavica fame di lavoro, e la maledetta bellezza di quest’isola, la voglia delle persone di restare nei luoghi in cui sono nate, hanno creato un humus perfetto. E la situazione è degenerata oltre ogni più fervida fantasia… ti fai raccomandare, o meglio hai “bisogno” della raccomandazione anche per un lavoro precario. Il caso del file di Lombardo, pur evolvendosi con esposti alla procura, anche di Sonia Alfano che, comunque la si pensi è personaggio di un certo spessore mediatico, non sono stati notati dai grandi mezzi di informazione. E non riesco a credere che nessun giornalista facente parte di uno qualsiasi di questi canali (giornali e televisioni, per intenderci) non abbia indagato e approfondito un minimo la questione. Ci sarà stato qualcuno? Si!!! Ma la notizia non viene pubblicata e non viene mandata in onda. Perché?  Perché in essa c’è la semplice spiegazione di come funziona il potere di questa classe dirigente. Tutti sapevamo delle raccomandazioni, di come funzionavano etc… ma non avevamo mai visto i files… un po’ come i pizzini di Provenzano… si sapeva che c’erano, ma vederli  messi in ordine, ben catalogati dentro un contenitore di cartone, dava un altro effetto…

“Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri.” JOSEPH PULITZER.

Qualche giornalista (per la verità diversi) si era dato pena, in passato, di raccontarci il sistema Lombardo. Dalle pagine di Diario, un settimanale (adesso quindicinale) che è un esempio di come, quando i giornalisti fanno il loro mestiere, la verità prima o poi viene a galla… clicca qui  leggere l’articolo

Un ringraziamento ad Ilenia che ci ha fornito l’estratto.

Schifani ?!? Non solo…

Iniziamo le pubblicazioni di questo blog con un caso che ha riempito i tg e le pagine dei giornali in questi giorni: l’intervista di Fabio Fazio a Marco Travaglio. Come egli stesso ha detto durante l’intervista, la sua fonte è il libro scritto da Lirio Abbate e Peter Gomez “I complici”, pubblicato da Fazi Editore.

E allora, perchè non guardare alla fonte? per risparmiarvi la fatica di leggere per intero il libro qui di seguito troverete alcuni estratti delo stesso riguardanti l’attuale Pres. del Senato, Sen.Schifani ma non solo… non fatevi scoraggiare dalla lunghezza (poche pagine), leggete tutto…


Dal libro “I Complici” di Lirio Abbate e Peter Gomez

«Enrico tu sai da dove vengo e che cosa ero con tuo padre… Io sono mafioso come tuo padre, perché con tuo padre me ne andavo a cercare i voti vicino a Villalba da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga… Ora (lui) non c’è (più), ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso…».
Una frase del genere, anche loro che per lavoro erano abituati ad ascoltare ogni giorno ore e ore d’intercettazioni, non l’avevano mai sentita. Sembravano le parole di un film. Dentro c’era tutto: la minaccia – «io sono mafioso» – il ricatto – «lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso» – i riferimenti ai capi storici di Cosa Nostra – Turiddu Malta, capofamiglia liberato dal carcere nel ’43 dagli americani – e la politica. Sì, la politica. Quella con la P maiuscola, perché Enrico era il figlio del senatore fanfaniano Giuseppe La Loggia: era Enrico La Loggia, dal 1996 al 2001 capogruppo di Forza Italia al Senato e poi ministro degli Affari Regionali nel governo Berlusconi.

Ma a pronunciare quelle parole non era stato un attore: a scandirle con voce forte e chiara era stato, appena un mese prima di finire in manette, l’avvocato Nino Mandalà. È il 4 maggio 1998. Quel giorno il boss di Villabate sale, verso le 11 del mattino, sulla Mercedes turbodiesel di un uomo d’onore grande e grosso, dalla folta barba scura. È l’auto di Simone Castello, l’imprenditore che, fin dagli anni Ottanta, per conto di Provenzano recapita i suoi pizzini in tutta la Sicilia. I carabinieri l’hanno imbottita di microspie perché sanno che parlare con Castello significa parlare direttamente con l’ultimo Padrino. Mandalà è su di giri. Le elezioni amministrative sono alle porte, nel direttivo provinciale di Forza Italia di cui fa parte c’è fermento, le riunioni per preparare la lista dei candidati si succedono alle riunioni. Gaspare Giudice lo ha consultato per trovare un uomo da presentare per la corsa al consiglio provinciale a Misilmeri, un paesino a pochi chilometri da Villabate. Lui gli ha fornito un nome: all’ultimo momento però l’accordo è saltato, perché Renato Schifani, neoeletto senatore nel collegio di Corleone, «ha preteso, giustamente, che il candidato di Misilmeri alla provincia fosse suo, visto che Gaspare Giudice ne aveva già quattro», spiega Nino a Simone. (…)
La sua prima piccola rivincita, Nino, se l’è comunque già presa. Il candidato proposto da Schifani si è presentato in paese ma è stato respinto in malo modo. Ridendo, Mandalà racconta di avergli detto a brutto muso: «Caro mio io non do indicazioni a nessuno, non mi carico nessuno, Misilmeri non è Villabate, è inutile che vieni da me. Di voti qui non ce n’è per nessuno…». La dura reazione del capomafia ha preoccupato i vertici di Forza Italia, tanto che Gaspare Giudice lo ha immediatamente chiamato: «Mi ha telefonato dicendo che stamattina a casa di Enrico La Loggia c’è stata una riunione. (C’erano) La Loggia, Schifani, Giovanni Mercadante (l’allora capogruppo di Forza Italia in Comune a Palermo, arrestato per mafia nel 2006) e Dore Misuraca, l’assessore regionale agli Enti Locali. (Giudice mi ha raccontato che) Schifani disse a La Loggia: «Senti Enrico, dovresti telefonare a Nino Mandalà, perché ha detto che a Villabate Gaspare Giudice non ci deve mettere più piede… e quindi c’è la possibilità di recuperare Mandalà, telefonagli…».
Il mafioso è quasi divertito. Tanta confusione intorno al suo nome in fondo lo fa sentire importante. Alzare la voce con i politici è sempre un sistema che funziona. E, secondo lui, anche Renato Schifani ne sa qualcosa. Dice Mandalà: «Simone, hai presente che Schifani, attraverso questo (il candidato di Misilmeri)… aveva chiesto di avere un incontro con me, se potevo riceverlo. E io gli ho detto no, gli ho detto che ho da fare e che non ho tempo da perdere con lui. Quindi, quando ha capito che lui con me non poteva fare niente, si è rivolto al suo capo Enrico La Loggia che, secondo lui, mi dovrebbe telefonare. Ma vedrai che lui non mi telefonerà. Mi può telefonare che io, una volta, l’ho fatto piangere?».
Mandalà (…) torna con la mente al 1995, l’anno in cui suo figlio Nicola era stato arrestato per la prima volta. Accusa La Loggia di averlo lasciato solo, di averlo «completamente abbandonato», forse nel timore che qualcuno scoprisse un segreto a quel punto divenuto inconfessabile: lui e Nino Mandalà non solo si conoscevano fin da bambini, ma per anni erano anche stati soci, avevano lavorato fianco a fianco in un’agenzia di brokeraggio assicurativo (…). Il portaordini di Provenzano cerca d’interromperlo, sembra voler tentare di calmarlo: «Va bene, magari è il presidente (dei senatori di Forza Italia e non si può esporre)…». «D’accordo, però, dico, in una situazione come questa… Dio mio mandami un messaggio. (Poteva farlo attraverso) ’sto cornuto di Schifani che (allora) non era (ancora senatore), (ma faceva) l’esperto (il consulente in materie urbanistiche) qua al Comune di Villabate a 54 milioni (di lire) l’anno. Me lo aveva mandato (proprio) il signor La Loggia».
«Poi, un giorno, dopo la scarcerazione di Nicola, (io e La Loggia) ci siamo incontrati a un congresso di Forza Italia. Lui mi dice: “Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio…”. Gli ho detto: “Senti una cosa, tu mi devi fare la cortesia, pezzo di merda che sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola”. Lui si è messo a piangere, si è messo a piangere, ma non si è messo a piangere perché era mortificato, si è messo a piangere per la paura. Siccome gli ho detto“ora lo racconto che tuo padre veniva a raccogliere con me daTuriddu Malta”, e l’ho fatto proprio per farlo spaventare, per impaurirlo, per fargli male, ’sto cretino, minchia, ha pensato che io andassi veramente a fare una cosa del genere. Vedi quanto è cornuto e senza onore, pensava che io lo andavo a rovinare…».

«No! Ma quant’è cretino…».

«[Figurati che] diceva piangendo: “Mi rovini, mi rovini”».

«E questo è il senatore di Forza Italia…».

«…è il presidente dei Senatori di Forza Italia».

«[Il fatto è, Nino, che] sono tutti mezze tacche».

Mandalà serra le labbra, mima uno sputo.«Pù, miserabile che sei… e senza onore», dice mentre Castello, il colonnello di Provenzano, dà anche lui libero sfogo agli insulti:«Miccichè mezza tacca. Questo Giudice meno di mezza tacca… Dore Misuraca non ne parliamo… Meschini, meschini, meschini, non solo in Forza Italia, negli altri partiti sono pure gli stessi. E appena vengono investiti di questa carica, onorevole, senatore, chi sa chi cazzo si credono di essere, dei superuomini… sono stupidi, perché poi vanno là e vanno a fare quello che gli dice l’uomo più rappresentativo del movimento, di D’Alema, di Forza Italia e vengono qua e pare che è arrivato chissà chi».

(Cap.3, pp 69,70,71,72,73,74)



La zona grigia

Da un certo punto di vista l’astio dell’avvocato Mandalà è perfettamente comprensibile. Lui Schifani e La Loggia li aveva sempre considerati degli amici, tanto che erano stati tra gli ospiti importanti del suo secondo matrimonio, avvenuto nei primi anni Ottanta. A quell’epoca Nino Mandalà era appena rientrato in Sicilia da Bologna, dove lavorava nel mondo delle concessionarie d’auto e dove anche suo figlio Nicola era nato. Con loro aveva fondato la Sicula Brokers, una strana società in cui i futuri leader di Forza Italia sedevano fianco a fianco di imprenditori in odor di mafia e boss di Cosa Nostra.

A scorrere le pagine ingiallite di quei documenti societari c’è da rimanere a bocca aperta: la Sicula Brokers viene creata nel 1979 e tra i soci, accanto a Mandalà, La Loggia e Schifani, compaiono i nomi dell’ingegnere Benny D’Agostino, il titolare delle più grandi imprese di costruzioni marittime italiane, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e di Giuseppe Lombardo, l’amministratore delle società di Nino e Ignazio Salvo, i re delle esattorie siciliane arrestati nel 1984 da Giovanni Falcone perché capi della famiglia mafiosa di Salemi.

La Sicula Brokers è insomma una società simbolo di quella zona grigia nella quale, per anni, borghesia e boss hanno fatto affari.

(idem, pp 74,75)
Il problema è che la mafia, al contrario della politica, non dimentica. Anche a distanza di anni, anzi di decenni, è difficile scrollarsi di dosso certi rapporti, certe antiche relazioni. Ed è difficile anche per Enrico La Loggia che pure, a metà degli anni Ottanta, fa parte come assessore della prima giunta del sindaco Leoluca Orlando e, per diretta ammissione di Nino Mandalà, in quelle vesti rispose di no alle sue richieste di aiuto.

Così le vittorie elettorali di Forza Italia nelle zone di Villabate e Bagheria, feudi di Provenzano e della famiglia Mandalà, diventano vittorie pericolose.

Francesco Campanella, che osserva quanto accade dalla sua poltrona privilegiata di presidente del consiglio comunale (di Villabate, N.d.R.), se ne accorge quasi subito. Nel 1994 l’avvocato Nino Mandalà sbandiera i suoi legami importanti. Se ne fa vanto. Dice a Francesco di avere «strettissimi rapporti con il senatore», gli parla del suo matrimonio al quale anche lui e Schifani avevano partecipato, e Campanella capisce che non mente. Il nuovo segretario comunale viene scelto dal sindaco Navetta su «segnalazione di La Loggia» e la stessa cosa accade con Schifani:«I rapporti tra loro erano ancora ottimi durante l’inizio della attività politica del Mandalà nel ’94, tant’è vero che La Loggia era il suo riferimento all’interno di Forza Italia[…]; a un certo punto Schifani fu segnalato da La Loggia come consulente e quindi nominato dal sindaco come esperto in maniera urbanistica. […] Le quattro varianti al piano regolatore di cui abbiamo parlato, parco suburbano, la variante commerciale, la viabilità, furono tutte concordate dal punto di vista anche di modulazione, di componimento, insomma, dal punto di vista giuridico con lo stesso Schifani ».

«L’allora avvocato Schifani interloquiva con Nino Mandalà anche di queste cose? », chiede il pubblico ministero.

«Si, interloquiva anche con Mandalà, ma poi i fatti più operativi li gestiva l’assessore Geranio, che poi era un assessore della famiglia Mandalà, perché l’assessore Geranio aveva sposato una sorella del suocero di Nicola Mandalà. Quindi Geranio faceva da spola tra il Comune e lo studio dell’avvocato Schifani. Mi ricordo che in qualche incontro andai anch’io. Poi, a un certo punto, ci fu la questione di fare il piano regolatore generale. [Si trattava di un] argomento [che suscitava] grandi appetiti da parte della famiglia mafiosa di Villabate, poiché il piano regolatore generale, come è notorio, determina la potenzialità edificatoria delle aree e [l’edilizia è] uno degli elementi più importanti della attività tipica di Cosa Nostra, [con] l’imposizione, oltre che di pizzo ai cantieri, anche delle forniture. Lì il Mandalà organizzò tutto per filo e per segno interagendo in prima persona. […] Mi disse che aveva fatto una riunione con Schifani e con La Loggia e che aveva trovato un accordo per il quale i due segnalavano il progettista del piano regolatore generale, incassando anche una parcella di un certo rilievo […]. L’accordo, che Mandalà aveva definito con i suoi amici Schifani e La Loggia, era quello di manipolare il piano regolatore, affinché tutte le sue istanze – che poi erano [la richiesta] di variare i terreni dove c’erano gli affari in corso e addirittura di penalizzare quelli della famiglia mafiosa avversaria o delle persone a cui si voleva fare uno sgarbo- fossero prese in considerazione dal progettista e da Schifani […]. Cosa che avvenne, perché poi cominciò questa attività di stesura del piano regolatore ed io mi trovai a partecipare a tutte le riunioni che si tennero con lo stesso Schifani, qualche volta allo studio Schifani e qualche altra volta al Comune. Io [poi] partecipai anche alle riunioni, più tipiche della famiglia mafiosa, in cui Schifani non c’era…».

Il clan di Villabate si butta a capofitto nell’affare. Dal nord torna un costruttore che se ne era andato dal paese quando era scoppiata la faida con i Montalto. Si mette in società con Nino Mandalà, assieme a lui contatta tutti i proprietari degli appezzamenti di terreno che sarebbero dovuti diventare edificabili e fa loro firmare dei preliminari di vendita. In buona sostanza la mafia si accaparra tutte le zone in cui si potrà costruire. In un incontro col sindaco Navetta e i due Mandalà, Francesco discute il piano regolatore e «gli inserimenti fatti dal progettista con i pareri di Schifani».

Domanda il pubblico ministero:«Io volevo capire questo: le risulta che Schifani fosse al corrente all’epoca degli interessi di Mandalà in relazione all’attività di pianificazione urbanistica del Comune di Villabate? ».

«Assolutamente si, il Mandalà mi disse che aveva fatto questa riunione con La Loggia e con lo stesso Schifani e l’accordo era appunto di nominare, attraverso loro, questo progettista che avrebbe incassato questa grossa parcella che in qualche modo avrebbero condiviso lo stesso Schifani e La Loggia […]».

«Quindi la parcella non sarebbe andata soltanto al progettista?».

«No, il progettista era titolare di un interesse economico che era condiviso dallo stesso Schifani e La Loggia».

«E questa parcella fu liquidata o comunque ne fu stabilita l’entità?».

«Ma guardi, la parcella… si fece una parcella proforma, perché l’attività poi del piano regolatore in realtà fu interrotta a seguito poi dello scioglimento del consiglio comunale…».

«Parliamo del primo scioglimento [della giunta comunale di Villabate per mafia, quello del 1999]?»

«Esattamente, perché poi non è che il piano regolatore andò in porto; fu adottato uno schema di massima… a un certo punto eravamo pronti per l’adozione finale, ma poi questo processo fu interrotto […] per cui fu quantificata un’ipotetica parcella complessiva che era veramente notevole, adesso non ricordo l’importo, saranno state liquidate una serie di spettanze relative al lavoro che effettivamente fu svolto».

«E questa liquidazione avvenne formalmente soltanto al progettista?».

«Ovviamente. […] Schifani era comunque stipendiato a quell’epoca come esperto, aveva il compenso di esperto».

«Era stato nominato dal sindaco Navetta?».

«Esattamente […]. Ma poi, per completare quello che lei mi aveva chiesto, i rapporti con La Loggia si deteriorarono a seguito, come ho detto, anche dell’arresto del figlio e di questo insomma allontanamento dello stesso Mandalà dai vertici di Forza Italia. Tanto è vero che il Mandalà si lamentava di questo atteggiamento di La Loggia che non lo salutava addirittura più neanche se lo incontrava per strada. Si lamentava di questo cambio totale nei suoi confronti; [si era passati] dall’essere amici e addirittura soci in determinate attività, e in un primo momento sponsor delle attività politiche e di queste vicende, all’assoluto allontanamento dal personaggio Mandalà».

«Si, ma io vorrei capire a questo proposito: poiché abbiamo già detto più volte che l’arresto di Nicola Mandalà avviene nel Marzo del ’95, il 17 Marzo del ’95, e poiché mi è parso di capire che tutti questi rapporti, questi contatti, questi incontri finalizzati alla pianificazione urbanistica del Comune di Villabate tra Mandalà, La Loggia [sono successivi]…».

«L’allontanamento di La Loggia da Mandalà fu successivo anche quando La Loggia cominciò ad avere cariche di un certo rilievo; mi ricordo che nella seconda legislatura ricopriva la carica di capogruppo al Senato, quindi c’era stato anche un rompersi del rapporto […]».

«Si, però rimane da capire, signor Campanella, esattamente in che epoca si collocano o si colloca, se solo una, quella riunione tra Mandalà, La Loggia e Schifani in relazione alla pianificazione urbanistica del Comune di Villabate».

«Questo si colloca sicuramente in epoca successiva all’arresti di Mandalà Nicola, nell’epoca in cui stavamo adottando questi atti, ma ci saranno anche le carte, l’adozione del consiglio comunale dello schema di massima […]».

«Quindi c’è un allontanamento progressivo, mi pare di capire?».

«Esattamente, lui lamentava con me questo fatto che più volte, ma in epoca successiva appunto alle vicende…».

«All’arresto di Nicola diciamo?».

«Esattamente, addirittura il La Loggia non lo salutava neanche».

«Cioè cercava di prendere le distanze?».

«Esattamente…».
(idem, pp 76,77,78,79,80)



Questi sono, come riportato sopra, estratti dal libro di Lirio Abbate, giornalista onesto e coraggioso che vive sotto scorta perchè minacciato di morte dalla Mafia. Osannato dal pubblico per il suo coraggio e la sua bravura giornalistica, definito da molti un “eroe” dell’antimafia. In compenso adesso si mette in croce Travaglio semplicemente perchè ha avuto il coraggio ( e l’onestà intellettuale) di dire certe cose in prima serata davanti ad una vasta platea. Ed al grande pubblico certe cose è meglio non farle sapere…

Va precisato che Schifani ha querelato Campanella (non sono a conoscenza dell’esito, ma vi terrò aggiornati), e che mai il senatore del centrodestra è stato direttamente coinvolto in vicende giudiziarie.Ma come diceva il grande Paolo Borsellino :

Quando i magistrati non trovano elementi di prova concreti a carico di un uomo pubblico, non  significa che questo non sia moralmente ed eticamente estraneo ai fatti. Però la magistraura deve archiviare, assolvere, perchè gli elementi acquisiti non sono sufficienti a sostenere fino in fondo un’accusa. Allora in un Paese civile dovrebbero intervenire la politica e le altre istituzioni a fare pulizia


P.S.: Mi stupisce soprattutto la Sig.ra Sen. Anna Finocchiaro, che si era candidata in Sicilia contro Lombardo (a breve un articolo a riguardo) e che poi, quando si potrebbe cogliere la palla al balzo e riportare l’argomento mafia (a lei tanto caro durante la campagna elettorale) alla ribalta, si schiera inspiegabilmente con Schifani… probabilmente perchè (lo sappiamo già ma ricordarlo non fa male) la verità da fastidio sia a destra che a sinistra… ma le persone hanno diritto ad essere informate correttamente… o no???

Carmelo Amenta